Di nuovo qui

Chissà perché, ma proprio non me la sento di lasciar morire questo blog, nel quale sono racchiusi tanti anni della mia vita, tante avventure, tanti scazzi, tanti sfoghi.
Così, a oltre un anno dall’ultimo post, sono di nuovo qui.
Cosa è successo in questi oltre 365 giorni? Tante cose. Tantissime.
L’Emilia, che un anno fa era in ginocchio sotto alle scosse di un terremoto tanto bastardo quanto imprevedibile, ha lentamente ricominciato ad alzare la testa. Da sola. Senza l’aiuto delle nostre care istituzioni, che sono state capaci di venire qui nei giorni immediatamente successivi al sisma, riempirsi la bocca di belle parole, e perdersi poi dietro le solite minchiate burocratiche.
Dal canto nostro, anche noi abbiamo avuto alcuni scossoni non indifferenti: la botta presa lo scorso anno con il trasloco a Bergamo ha lasciato tante cicatrici nell’animo, sia a me che al Fotoreporter, al punto che alcuni mesi fa la bomba ci è esplosa fra le mani e siamo stati a un passo dal buttare nel cesso gli oltre 9 anni di vita insieme.
Grazie al cielo, evidentemente c’è qualcosa di veramente forte che ci lega, e così ne siamo usciti, e siamo ancora qui.
Dicono che siano cose che capitano, e voglio credere che sia così. L’importante è essere ancora qui a combattere ogni giorno per fare anche solo un metro in più, con la consapevolezza che prima o poi la ruota girerà anche per noi.
La botta morale di cui sopra, poi, mi ha portato nei mesi scorsi alla tremenda consapevolezza di un insano autolesionismo che ho rivolto contro di me, suppongo a livello inconscio per punirmi della débâcle lombarda, grazie al quale mi sono sfogata senza ritegno sul cibo.
Lo schifo a cui sono arrivata pochi mesi fa ora è sorpassato: mi sono iscritta in palestra, ho una meravigliosa personal trainer che vedo due volte al mese e con la quale ho aperto il vaso di pandora dei miei problemi e delle mie idiosincrasie, superando anche il terrore della bilancia. Meglio della psicanalisi, e più di soddisfazione.
Risultato: dal 1° marzo, giorno in cui ho rimesso piede in palestra dopo anni, ho perso 13 kg. I primi, ahimè, di una lunga serie.
E siccome al momento della compilazione della scheda personale mi è stato chiesto quali obiettivi ci saremmo date, non so come straminchiazza mi sia venuto in mente di risponderle “La maratona a dicembre”. Così, a quasi quattro mesi dall’inizio degli allenamenti, sono iniziate le maledette ripetute, per allenare il cuore, fare fiato e puntare a quegli infiniti 42km 195 mt che almeno una volta nella vita voglio percorrere.
Vedremo.

Da sotto le macerie

Lo so, non mi faccio sentire. Ma quando tutto rotola e va a scatafascio, c’è poca voglia di mettersi lì a scrivere.

Pertanto, vi rimando alla nostra pagina Facebook , al mio Twitter, al nostro sito che sta crescendo ogni giorno di più. Attraverso tutte queste interconnessioni riusciremo sicuramente a sentirci più uniti, più vicini, in questi mesi che sono così difficili, con il lavoro che va a puttane, ma anche e soprattutto questo terremoto terribile e devastante che ci ha squassati dentro, e continua a massacrarci nello spirito e negli affetti, nel lavoro e nelle nostre radici.

Ringrazio tutti voi che in questi giorni avete chiamato, twittato, messaggiato, avete condiviso le mie foto e commentato i nostri post.

Grazie, grazie, grazie. Siamo relativamente lontani dall’epicentro, ma la paura, che a volte sconfina nel terrore puro, è ancora tanta. Grazie di cuore.

F.

Differenziamoci…

Qui nella brumosa Lombardia uno dei primi lavaggi di cervello che vengono fatti ai nuovi trapiantati riguarda la certosina raccolta differenziata.

Nell’ameno paesello in cui la Fotoreporter Family vive vige, oltre alla differenziazione, il regime di raccolta porta a porta. Dopo il trasloco, aggrappata alla definizione letterale del termine e abituata allo smaltimento come-viene-viene style che praticavo in Emilia, ho lasciato un sacchetto dello sporco (RSU) esattamente sotto al campanello di casa. Se è porta-a-porta, pensavo, verranno a prenderselo.

Dopo una settimana, la vicina mi ha gentilmente fatto notare che dal sacchetto uscivano strani rumori e versi animali, e altrettanto gentilmente mi è stato chiesto di portarlo nel luogo adibito alla raccolta: non sotto casa, ma sulla strada principale.

Bene. Appreso il fondamentale n°1, mi sono poi cimentata con l’ardore della neofita alla differenziazione metodica e sistematica, rendendomi rapidamente conto di varie informazioni.

Siamo sommersi dalla plastica. E’ ovunque, comunque, quantunque, e dividerla decentemente non è un dovere civico ma un mestiere. Il problema dell’ameno paesello è che i signori della plastica passano a raccogliere i sacchi con i loro camioncini ben una volta ogni due settimane. UNA VOLTA OGNI DUE SETTIMANE. Avete idea di quanta plastica si accumula in un bilocale, con due persone e un gatto, in due settimane? Per nostra fortuna abbiamo recentemente trovato le fontanelle comunali che erogano l’acqua frizzante agratis, sennò avrei dovuto trovare modi degni della Barbarina di Paint Your Life per destinarne diversamente le bottiglie.

Lo stesso discorso vale per vetro e lattine: la gatta mangia 3 scatolette al giorno, noi ogni tanto osiamo addirittura berci una birra o un vinello, e così sacchi e sacchi di scatolette vuote e bottiglie vanno a fare compagnia a quelli della plastica.

Parliamo della carta? Ogni giorno nella cassetta della posta ci sono quintali di alberi sacrificati alla causa dell’Esselunga, del Conad, della Coop, dell’Auchan, del Pellicano, dell’Iper, del Famila, giusto per citare i maggiori supermercati che sono qui in zona. Uno spreco immane, a cui si associano gli astucci di cartoncino delle sopracitate scatolette della gatta…

Stabilito come va divisa la merce, però, l’aspetto avventuroso consiste nello smerciarla e godersi la casa vuota.

Plastica, carta e vetro una tantum, tipo due volte al mese. L’umido due volte alla settimana. l’RSU una. Allora capita, come oggi, che degli ardimentosi troppo abituati al bidone sotto casa carichino tutto nel baule e partano alla volta dell’isola ecologica, dispersa in mezzo al nulla nella campagna fra paesello e città.

L’isola ecologia stamattina era chiusa. Sua sorella, poco distante, accettava solo pattume consegnato previa presentazione della tessera sanitaria e codice fiscale. Giuro che ho rimpianto per un nanosecondo i cumuli di monnezza alle falde del Vesuvio…

Ora voi mi chiederete perchè consegnare tutto e non aspettare la raccolta sotto casa.

Perchè siamo in un bilocale. Perchè lasciare i sacchi fuori da casa fa tanto campo nomadi e con il caldo di questi giorni non è proprio l’ideale. Perchè ho cambiato, incauta, la sabbietta della gatta e non me la voglio tenere in casa fino a lunedì mattina. Perchè ieri sera ho fatto le cozze e ho un kg di gusci puzzolentissimi e mi piacerebbe non provare l’ebbrezza di vivere sul peschereccio di capitan Findus per odori e aromi…

Però un bidoncino qua e là lo potreste anche mettere, che non ha molto senso schedulare il cambio sabbietta della gatta per il giorno di raccolta dell’RSU… che poi a me un dubbio amletico rimane: se spendo 6€ a sacco per comprarle la sabbietta fichissima e biodegradabile, perchè non si mette con l’umido ma con l’indifferenziato?

Mistero.

Highlander Skif

La Skif ha la scorza dura. Si piega ma non si spezza, pur in balia degli eventi avversi.

Dal 31 Gennaio sono ufficialmente cittadina lombarda, approdata qui per seguire un nuovo progetto lavorativo che sulla carta si preannunciava davvero ghiotto.

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Da qui in poi, per il quieto vivere, preferisco omettere quanto scritto affichè non giunga sotto occhi-che-non-devono-vedere…. che non si sa mai….

Vi aggiornerò quanto prima delle ultime news, ammesso che ce ne siano… o comunque vi metterò qualche foto del 6Nazioni appena concluso, chè il rugby ha sempre il suo bel perchè…

🙂

Vedo nero…

Ieri pomeriggio, interno sala stampa dello stadio Zaffanella di Viadana.

Coach Phillips, allenatore della franchigia degli Aironi, è seduto al tavolo della conferenza stampa e, nel suo tradizionale italiano maccheronico sta commentando con i giornalisti la partita, incredibilmente vinta dalla sua squadra. Io sono in fondo alla sala, e gli do le spalle, mentre sistemo le mie foto.

Quando finisco e spengo il pc, un attimo di silenzio e poi il coach riprende a parlare.

Alla fine della conferenza stampa, si alza e mi viene vicino.

Ehi, you, ciao! Hai sentito che during la conferens io ho bloccato un attimo di parlare, yes? Ecco, perchè tu ti sei alzata, e io visto tua mutanda, molto bella, yes, black è il mio favourite color…”

Ecco, povero coach Phillips… se ti accontenti del mio perizoma di microfibra, appoggiato a due fianchi che avrebbero fatto la gioia di Botero, mi sa che gli standard qualitativi sulla donna gallese sono molto al di sotto di quelli dei corrispettivi maschili in Italia… comunque grazie, hai dato una notevole sferzata alla mia autostima (e ucciso completamente la mia immagine pubblica con il vostro addetto stampa, che si sta ancora rotolando dopo questa brillante uscita…)

Dio li fa e poi li accoppa…

In queste serate invernali, in attesa del trasloco che mi porterà lontana dall’Emilia ma vicina al mio amore, mi consolo mangiando quintali di gelato e guardando quintali di tv.
L’avvento del digitale terrestre, per noi poveretti che non abbiamo Sky, ha portato in televisione una marea di canali di pubblica utilità che si vedono due giorni al mese e che hanno nomi importanti come “liscio come l’olio“, “tutto il liscio minuto per minuto“, “bella e porcella“, “materassi e gonfiabili” e altre perle del tubo catodico che fu.

Fra questi, mi è capitato di vedere un docureality, come veniva definito nella didascalia, intitolato “Non ditelo alla sposa”. Incuriosita, ne ho guardato qualche puntata.

La struttura del docureality è semplice: si prendono due deficienti che si stanno per sposare. Essendo giovani inglesi di sana e robusta costituzione, il loro cervello è composto prevalentemente di schiuma di birra, che però, nel caso della fanciulla in prossimità del matrimonio si trasforma in panna montata da mettere nelle sue più sfrenate fantasie su una torta a 4 piani con gli sposini di marzapane sopra.

Perchè l’essere dotato di doppio cromosoma X è così. Può avere qualunque cosa nel cervello, dai bulloni ai cacciavite, dal purè alla schiuma della birra, ma quando si avvicina il fatidico sì (dio quanto odio questa definizione) immediatamente diventa un essere capriccioso e ammorbante, che infesta la propria socialità con ogni minimo dettaglio sulla cazzo di preparazione al matrimonio.
Conosco la specie, essendo io felicemente convivente nel peccato con un divorziato, ma essendo passata attraverso una schiera di coetanee convolate tutte nel giro di 14 mesi. Un supplizio.

Con spericolata fantasia, e probabilmente a fronte di una promessa di facile notorietà che un docureality sembra evidentemente promettere anche oltremanica, la futura Mrs Jones decide di lasciare nelle mani del futuro sposo tutta l’organizzazione del matrimonio. Tutta.

Ora. Io della mia adorata dolce metà mi fido ciecamente. Ma non gli farei mai scegliere nemmeno i calzini di spugna da portare sotto il pigiama di flanella. Figuriamoci l’abito da sposa.

Invece questi due cretini si iscrivono alla trasmissione. E mentre lui decide che “il tulle è troppo lungo, quindi la signorina si può anche sposare in minigonna e calze a rete“, lei che fa? Non va a divertirsi alle terme con le sue amiche. Noooooo.
Porca troia, questa deficiente con la schiuma di birra nel cervello va in giro per negozi, ovviamente i più chic del Regno Unito, con le sue damigelle, e vede delle cose bellissime, costosissime e che sa già che lui, dal basso del suo deficit cromosomico dato dal gambetto in meno, non si sognerà mai di comprare per il loro matrimonio.
E piange.
Piange perchè il vestito dei suoi sogni è quello bianco e nero di Audrey Hepburn. E lui compra un abito rosso.
Piange perchè i bottoni sulla schiena le fanno schifo, e il must della collezione bride 2011-2012 è invece una luuuuuunghissima fila di bottoncini microscopici che arrivano fino a terra.
Piange perchè lei è da quando era bambina che sogna un bouquet di orchidee del Madagascar.
E lui prende le margherite di campo, a ricordo di quella scampagnata con lei in cui fra una birra e l’altra trombarono come ricci fra le dolci colline gallesi. Con le margherite.
Piange perchè vorrebbe fare il ricevimento nel castello di Windsor. E lui prenota in un pub.
Piange perchè vorrebbe intrattenimento di musica classica. E lui chiama un casinò e tre signorine che fanno la lap dance.

E quando lei si avvede di che deficiente sta per sposare, o peggio ancora di che deficiente ha sposato, cosa fa? Anzichè rivolgersi seduta stante alla Sacra Rota, che ne sono certa concederebbe l’annullamento senza nemmeno battere ciglio, lei ride.
“Perchè Paul è stato bravissimo! Ha organizzato un matrimonio bellissimo! E’ esattamente quello che ho sempre sognato”.
E’ proprio vero che dio li fa…e poi li accoppa.

Happy New Year…

Sembra che l’orrendo 2011 sia finito. Poche ore e inizierà un nuovo anno, che a sentire qualcuno dovrebbe essere quello della fine del mondo.

Dubito fortemente che il 21 dicembre del 2012 arrivi l’apocalisse: se così fosse, aspetto il Boss al varco perchè avrei alcune cose da dirgli in faccia.

Questo anno è stato tremendo. Problemi economici a non finire, lavoro che latita, un trasloco a metà anno e un altro che ora incombe e che compiremo nei prossimi mesi. e si spera che dopo la situazione si stabilizzi un pochino.

Di questo 2011 che si chiude, conservo ben poco: qualche bella esperienza di lavoro, qualche bella foto che ho fatto, e tanta gente conosciuta.

In questo 2011 tante persone, vicine o lontane, conosciute di striscio o molto da vicino, se ne sono andate lasciando vuoti incolmabili dentro di me.

Nel 2012 che inizia, e che speriamo sia un po’ meno tremendo dell’anno che l’ha preceduto, un pensiero e un ricordo per chi non c’è più.

Ciao Zio, ciao Sergio, ciao Napo…

Auguri a tutti voi, amici. Buon anno.

Non sarà un’avventura…

In qualche modo, sono tornata nella bruma padana, dove il dislivello massimo è costituito dalla rampa del parcheggio sotterraneo del supermercato, a cui si accede tranquillamente in macchina, dove raramente nevica, dove nulla ghiaccia, soprattutto il gasolio, e dove tutti parlano con un rassicurante accento sibilante e non nell’astruso ladino.

A ripensare alle 4 giornate montanare il bilancio, tutto sommato, è positivo. Ottima esperienza di lavoro, un bellissimo diversivo dal solito calcio. Bellissimo tutto, anche il freddo.

Però.

Però fino a ieri sera ho sacramentato in milioni di lingue, ladino compreso, per la serie di sfighe e disavventure che si sono ammassate su di me nelle valli del Trentino, là sui monti con Annette. Che poi sono una povera fanciulla sola e sperduta, e alla fine, vige sempre l’arte dell’arrangiarsi.

Eravamo rimasti a Blardone vincitore nel gigante, e alla Skif che in qualche modo domenica sarebbe tornata a Santa Cristina per recuperare la povera Focus e ritentare la scalata alla Val Badia.

Tutto bene fino a Santa Cristina. Tutto bene anche la macchina, lasciata il giorno prima nel parcheggio stampa, che all’indomani, esauritosi l’ambaradan del circo bianco, si sarebbe tramutato in un parcheggio a pagamento. La prode Skif la sfanga in qualche modo e non si becca una multa. Ole.

La Focus parte al primo colpo, e senza scollinare il Passo Gardena parto alla volta di Brunico, prendendola un po’ larga, ma sicura di arrivare a destinazione senza grossi patemi.

Sbagliato.

Nel cuore della Val Pusteria,fra speck e loden, mentre medito già su come trascorrere la serata in tutta tranquillità, all’improvviso dopo una curva al buio in mezzo al nulla… traaaaack…. le spie della macchina iniziano a lampeggiare come un albero di Natale, e la Focus si spegne, senza dare più alcun segno di vita. No panic. Come con Windows, spegni e riaccendi. Non si spegne e non si riaccende. Caaaazzzz. E mò? Niente, seguo tutta la trafila di queste circostanze: carro attrezzi, officina, niente auto sostitutiva e allora taxi fino alla Val Badia… (sì, la mia macchina prevede questa serie di accodamotion in caso di sfighe, e in questi giorni le ho sfruttate tutte…). Incazzata come una pantera, e seriamente preoccupata per il rientro del lunedì, me ne vado a dormire, pensando, come la Rossella dei tempi che furono, che domani è un altro giorno.

Lunedì mattina sono un po’ più rinfrancata. L’Alta Badia è l’ultimo avamposto del paradiso terrestre, e se proprio mi dovesse andare male, una giornata in più lì non mi farebbe poi così schifo.

Il programma di lavoro, fra una telefonata e l’altra con l’officina, prevede lo slalom speciale con la nostra gloria cittadina Giuliano Razzoli. Finisce bene, con un buon podio per questo bel ragazzone sempre sorridente e disponibile: mi infilo anche alla festa di compleanno (la fotogallery qui), poi chiamo l’ennesimo taxi e torno a prendere la macchina, che nel frattempo è resuscitata.

Se però vi racconto che lungo il tragitto un gippone di figli di papà in settimana bianca, fatti come delle pantegane e poco avvezzi al ghiaccio in strada, tampona il mio taxi e ci si impelaga in una luuuunga constatazione amichevole, mi credete o è troppo inverosimile?

Vi lascerò nel dubbio, ma vi dico solo che arrivo a Brunico 3 minuti prima che la teutonica efficienza altoatesina mi chiuda in faccia l’officina…

Ora sono a casa, dopo una tappa durante il ritorno dal Fotoreporter di cui ero particolarmente in crisi d’astinenza.

Stasera, mentre finisco di scrivere, Michael Bublé on air e due coccolosissimi quadrupedi che non mi si staccano dai piedi… forse 6 giorni via sono troppi anche per l’indipendenza felina…